SenzaNotaio
Rivalutazione quote

Rivalutare le quote o pagare il 26%? Il confronto

Aggiornato: Giugno 2026·7 min di lettura

Quando vendi una quota hai due strade per il fisco: pagare il 26% sul guadagno, oppure rivalutare prima e pagare il 21% sul valore intero. Quale costa meno? Dipende da quanto è cresciuta la tua quota. C'è una soglia matematica precisa che ti dice subito da che parte stare. Vediamola con i numeri.

Le due alternative a confronto

Senza rivalutazione, alla vendita paghi il 26% sulla plusvalenza, cioè sul prezzo di vendita meno il costo di acquisto. Tassi solo il guadagno.

Con la rivalutazione paghi il 21% sull'intero valore di perizia della quota, ma lo paghi subito. In cambio, alla vendita la plusvalenza si azzera o quasi.

Il punto è che 21% su tutto non è sempre meno di 26% su una parte. Bisogna fare il conto.

La soglia di convenienza: 80,77%

Il pareggio tra le due strade si trova con una divisione semplice: 21 ÷ 26 = 0,8077.

Significa che rivalutare conviene solo quando la plusvalenza supera circa l'80,77% del valore della quota. Detta in altro modo: se vendi a un prezzo molto più alto di quanto hai pagato, rivaluti; se il guadagno è contenuto, paghi il 26% e basta.

Il moltiplicatore: circa 5,2 volte il costo

C'è un altro modo, più immediato, per capirlo. Con l'aliquota al 21% la rivalutazione inizia a convenire quando il valore della quota è almeno 5,2 volte il costo fiscale di partenza.

È utile ricordare che con la vecchia aliquota del 18% questo moltiplicatore era più basso, intorno a 3,25 volte. Il rialzo dell'imposta ha alzato l'asticella: oggi serve una crescita ben più marcata perché lo strumento ripaghi.

Un esempio con i numeri

Prendiamo una quota comprata a 20.000 € che oggi vale 80.000 €. Il valore è 4 volte il costo, sotto la soglia di 5,2. Vediamo i due conti:

StradaCalcoloImposta
Rivalutare (21%)21% di 80.000 €16.800 €
Pagare il 26%26% di 60.000 € (plusvalenza)15.600 €

Quando conviene e quando no

Nell'esempio sopra rivalutare costerebbe 1.200 € in più: non conviene, perché la quota "solo" quadruplicata non basta. Se invece la stessa quota da 20.000 € valesse oggi 200.000 € (dieci volte il costo), il 21% sarebbe 42.000 € contro i 46.800 € del 26% sulla plusvalenza: lì la rivalutazione fa risparmiare.

In sintesi: rivalutare conviene quando il costo di partenza è molto basso (quote sottoscritte al valore nominale, partecipazioni vecchie) e il valore attuale è alto. Per la guida completa con aliquota e scadenze vedi rivalutazione delle quote 2026.

Due cose da non dimenticare nel conto

Il calcolo va completato con due voci. La prima è il costo della perizia (in genere da 1.500 € in su), che pesa sul confronto e va sommato all'imposta di rivalutazione.

La seconda è la probabilità della vendita. L'imposta di rivalutazione si paga comunque, anche se poi non vendi: senza una cessione realistica all'orizzonte, rischi solo di anticipare denaro al fisco. Per questo prima si simula, poi si decide.

Hai bisogno di aiuto con questo?

Rivalutazione quote societarieda 490 €, senza notaio

Domande frequenti

Rivalutare al 21% conviene solo se la plusvalenza supera circa l'80,77% del valore della quota, cioè se il valore attuale è almeno 5,2 volte il costo di acquisto. Sotto quella soglia conviene pagare il 26% sulla plusvalenza.

Guarda il rapporto tra valore attuale e costo. Se la quota vale più di 5,2 volte quanto l'hai pagata, la rivalutazione comincia a convenire. Sotto, di solito no. Poi vanno aggiunti il costo della perizia e la probabilità di vendere.

No, ma l'imposta del 21% si paga comunque sul valore rivalutato. Senza una vendita probabile rischi di immobilizzare denaro senza vantaggio: meglio simulare la convenienza prima di partire.